Il Pentagono assegna alla storica azienda americana lo sviluppo del primo caccia di sesta generazione. Ma il passato recente solleva più di un dubbio.

La scorsa settimana l’US Air Force ha ufficializzato l’assegnazione a Boeing del contratto per lo sviluppo del primo caccia di sesta generazione, destinato a raccogliere l’eredità degli iconici F-22 Raptor, pilastro della superiorità aerea statunitense per oltre vent’anni. Il nuovo velivolo, identificato come F-47, sarà il perno del programma NGAD (Next Generation Air Dominance), un “sistema di sistemi” che integrerà capacità stealth avanzate, sensori intelligenti e velivoli unmanned, con l’ambizioso obiettivo di entrare in servizio entro la fine del decennio.

A lanciare l’annuncio, in una cornice tutt’altro che ordinaria, è stato Donald J. Trump, che ha presentato il caccia come un simbolo della sua leadership: “Sono entusiasta di annunciare che l’Aeronautica Militare degli Stati Uniti sta procedendo con il primo jet da combattimento di sesta generazione al mondo. Niente si avvicina nemmeno lontanamente. Sarà noto come F-47”. Un numero, guarda caso, che richiama una possibile — e contestata — quarantasettesima presidenza.

Ma la scelta di Boeing come contractor principale ha subito sollevato interrogativi e polemiche. L’azienda, che per decenni è stata sinonimo di innovazione e affidabilità, vive da anni un periodo di profonde difficoltà. Le tragedie legate al 737 MAX (346 vittime), i problemi strutturali del 787, i ritardi del 777X e le recenti crepe rilevate nelle ali dei tanker KC-46, hanno messo a dura prova la fiducia di clienti e autorità. Proprio i KC-767A italiani, di derivazione Boeing, sono oggi oggetto di particolare attenzione.

Eppure, nonostante tutto, il Pentagono decide di affidare a Boeing lo sviluppo del proprio caccia del futuro. Non si tratta di un semplice aereo, ma del cuore della futura strategia aerea americana. Un progetto che dovrà affrontare una competizione globale serrata, con programmi alternativi già avviati da Europa (FCAS) e Giappone (GCAP).

La scelta appare tanto strategica quanto rischiosa. Se da un lato Boeing può vantare una storia gloriosa nel settore militare – dai leggendari B-17 e B-52 fino al contributo fondamentale allo sviluppo del 747 – dall’altro la sua reputazione recente è in forte declino. In un contesto dove tempi, affidabilità e superiorità tecnologica saranno determinanti, il margine di errore è minimo.

C’è chi si chiede se questa mossa sia una fiducia calcolata o una scommessa disperata. La posta in gioco è altissima: non solo la sicurezza dei piloti americani, ma anche il ruolo degli Stati Uniti nel dominio aereo globale del XXI secolo.

Nel dopoguerra, l’Italia ha conosciuto da vicino gli effetti di scelte industriali discutibili. Ma la guerra in Ucraina ha imposto uno spartiacque: le aziende incapaci sono state escluse dai programmi strategici. Oggi, per Washington, si pone una sfida simile, dove gli errori di valutazione potrebbero essere pagati sul campo di battaglia.

Boeing nasconde davvero una “nuova Manhattan tecnologica” pronta a cambiare le regole del gioco? O Trump ha messo sul piatto il futuro della supremazia aerea americana per un rilancio politico in chiave elettorale?

Le battaglie si vincono prima ancora di essere combattute. E la storia, si sa, non fa sconti.