In vista del vertice dell’Alleanza all’Aia, il premier Sánchez prende le distanze dal nuovo target sostenuto da Washington. “Ingiustificato e controproducente per la Spagna”
A pochi giorni dal cruciale vertice NATO in programma all’Aia, la Spagna lancia un chiaro segnale di dissenso: no all’obbligo di destinare il 5% del PIL alla spesa militare. Lo ha comunicato il premier Pedro Sánchez in una lettera indirizzata al segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, rivelata dal quotidiano El País.
Secondo Sánchez, un impegno del genere sarebbe non solo irrealistico, ma anche dannoso per gli equilibri economici e strategici del Paese. “La Spagna continuerà a contribuire attivamente alla sicurezza europea, ma non può accettare un obiettivo quantitativo rigido in termini di PIL in questo vertice”, scrive il premier, chiedendo una “formula più flessibile” che renda l’obiettivo facoltativo o consenta a Madrid di esserne esentata.
L’ipotesi di un nuovo obiettivo del 5% – ben oltre l’attuale soglia del 2% – sarebbe stata promossa per placare le pressioni degli Stati Uniti e del candidato repubblicano Donald Trump, che ha più volte criticato gli alleati per non investire abbastanza nella difesa comune. La proposta in discussione prevede il 3,5% del PIL destinato a spese militari dirette, e un ulteriore 1,5% per spese collegate come mobilità militare e cybersicurezza.
Attualmente, la Spagna è il membro NATO con la spesa militare più bassa, pari all’1,3% del PIL. Nonostante l’annuncio, ad aprile, di un aumento di 10,5 miliardi di euro nel bilancio 2025 per raggiungere il 2%, Sánchez ha chiarito che un’accelerazione verso il 5% rischierebbe di compromettere il sistema di welfare nazionale, rallentare la transizione verde, costringere ad aumenti fiscali per la classe media e indebolire la cooperazione allo sviluppo.
A livello politico, l’eventuale adesione al 5% metterebbe in difficoltà la coalizione di governo con il partito di sinistra Sumar, apertamente contrario all’aumento delle spese militari. Sul piano industriale, il premier ha anche avvertito che un tale aumento forzato potrebbe tradursi nell’acquisto di armamenti “off-the-shelf” stranieri, a scapito della crescita dell’industria nazionale della difesa.
Pur non intenzionata a porre il veto – la NATO decide per consenso unanime – la Spagna ha già fatto sapere, tramite la ministra della Difesa Margarita Robles, che non intende per ora superare il 2%. Una posizione condivisa da altri alleati riluttanti come Belgio, Canada e Italia.
Di segno opposto, invece, i Paesi dell’Est Europa. Polonia e Stati baltici si sono già detti pronti a rispettare il nuovo standard. Anche la Svezia, nuovo membro dell’Alleanza, ha approvato un piano per raggiungere il 5% entro il 2032, finanziato con prestiti fino a 27 miliardi di euro.
La battaglia diplomatica sul tetto delle spese si preannuncia come uno dei temi centrali del prossimo vertice. Sullo sfondo, la sfida dell’Alleanza nel rafforzare la propria deterrenza militare senza spaccare il fronte interno né perdere il consenso delle opinioni pubbliche.
