La Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) respinge al mittente l’appello degli editori a un “confronto realistico” sul futuro dell’editoria, diffuso dopo la proclamazione dello sciopero dei giornalisti per il 28 novembre. In una nota dai toni duri, il sindacato ribalta l’accusa di scarsa responsabilità e denuncia un sistema che, a suo giudizio, scarica sui lavoratori le difficoltà del settore.

«Da dieci anni – afferma la Fnsi – i giornalisti stanno dimostrando responsabilità, mentre gli editori hanno abbandonato i tavoli contrattuali». Il contratto nazionale è infatti scaduto da oltre un decennio, senza proteste di piazza da parte della categoria. E quando il sindacato ha proposto di presentare congiuntamente al governo un pacchetto di misure per sostenere il settore, come l’introduzione di un “bonus informazione” per aiutare i cittadini a scegliere prodotti di qualità e riportare ricavi alle aziende, la proposta «è stata accolta con fastidio».

Secondo la Fnsi, le uniche soluzioni avanzate dalla Fieg puntano a nuovi tagli al costo del lavoro, con il rischio di pensioni più povere e un welfare indebolito. Una linea che – accusa il sindacato – mira a ottenere prepensionamenti, assumere giovani “senza diritti” e impiegare pensionati per ridurre ulteriormente le spese, mentre si chiedono allo Stato contributi a fondo perduto per copie vendute e distribuzione, «senza offrire nulla in cambio» e mettendo a rischio la qualità dell’informazione.

La Fnsi rivendica invece la necessità di un modello sostenibile, capace di garantire un’informazione autorevole e un ruolo di equilibrio democratico. E ricorda come siano stati proprio gli editori, negli ultimi anni, a mettere in crisi l’ex istituto previdenziale Inpgi attraverso ripetuti stati di crisi e tagli, anche in presenza di bilanci positivi. Dal 2011 a oggi, i giornalisti dipendenti sono passati da 19mila a 13mila: «il 30% in meno, nonostante le assunzioni obbligatorie».

Il sindacato torna poi sul nodo degli scatti di anzianità, chiarendo che non si tratta di un privilegio ma di una tutela dell’autonomia professionale per chi, per ragioni editoriali o personali, resta penalizzato nei percorsi di carriera. E rilancia una serie di interrogativi polemici rivolti agli editori: «È responsabile pagare i collaboratori 2-5 euro a pezzo? Ignorare l’impatto dell’intelligenza artificiale e delle piattaforme digitali? Costruire giornali basati su precari e pensionati pur di risparmiare? Incentivare le uscite anticipate sfruttando una legge di 35 anni fa sulla ricongiunzione contributiva?».

Il messaggio finale è netto: «Gli editori smettano di usare i giornalisti come un bancomat».