Nel cuore della Casa Bianca, il presidente Donald Trump si è riunito martedì pomeriggio con il suo team per la sicurezza nazionale davanti a un bivio cruciale: decidere la prossima mossa nei confronti dell’Iran.
La scadenza della tregua si avvicinava rapidamente, mentre il velivolo Air Force Two attendeva sulla pista della base di Andrews per la partenza del vicepresidente JD Vance, diretto in Pakistan per un nuovo ciclo di colloqui. Tuttavia, l’amministrazione si trovava di fronte a un ostacolo inatteso: il silenzio quasi totale da parte di Teheran.
Nei giorni precedenti, Washington aveva trasmesso all’Iran una lista di punti preliminari su cui costruire un accordo. Ma nessuna risposta è arrivata, alimentando dubbi sull’effettiva utilità della missione diplomatica in Pakistan.
Durante l’incontro alla Casa Bianca, a cui hanno partecipato tra gli altri il segretario di Stato Marco Rubio e il capo della CIA John Ratcliffe, non si registravano ancora segnali dall’Iran. Gli Stati Uniti avevano sollecitato il mediatore pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, a ottenere almeno una risposta prima della partenza di Vance. Ma anche dopo ore di attesa, nulla si è mosso.
Secondo fonti dell’amministrazione, alla base del silenzio vi sarebbero profonde fratture nella leadership iraniana. In particolare, mancherebbe un consenso interno su temi chiave come l’arricchimento dell’uranio e la gestione delle scorte esistenti.
A complicare ulteriormente il quadro sarebbe il ruolo della nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei, accusata di non fornire indicazioni chiare ai negoziatori, lasciando spazio a incertezze e interpretazioni divergenti.
Nonostante lo stallo diplomatico, Trump ha deciso di evitare una nuova escalation militare, optando per una proroga della tregua di due settimane — questa volta senza fissare una data di scadenza. In un messaggio pubblicato su Truth Social, il presidente ha definito la leadership iraniana “gravemente frammentata”, ribadendo però la volontà di perseguire una soluzione diplomatica.
La decisione riflette anche la cautela della Casa Bianca nel riaprire un conflitto impopolare che Trump sostiene di aver già “vinto”.
Teheran, dal canto suo, ha posto una condizione chiara: la revoca del blocco navale nello stretto di Stretto di Hormuz come prerequisito per riprendere i colloqui. Una richiesta respinta da Trump, che ha dichiarato: “Non riapriremo lo stretto finché non ci sarà un accordo definitivo”.
Nel frattempo, restano irrisolti nodi cruciali: dal futuro del programma nucleare iraniano alle sanzioni economiche, fino al destino delle riserve di uranio arricchito.
Dietro le quinte, alcuni consiglieri presidenziali temono che l’assenza di una nuova scadenza possa favorire tattiche dilatorie da parte dell’Iran, concedendo tempo prezioso a Teheran per riorganizzarsi militarmente.
Nonostante tutto, la possibilità di un incontro diretto tra le parti non è esclusa. Secondo fonti diplomatiche, basterebbero segnali concreti di apertura per organizzare rapidamente un nuovo round negoziale.
Da Teheran arrivano però segnali tutt’altro che concilianti. Mahdi Mohammadi, consigliere del presidente del Parlamento iraniano, ha liquidato la proroga della tregua come irrilevante: “Non significa nulla. Chi perde non può dettare condizioni”.
La giornata si era aperta con toni ben diversi: Trump aveva dichiarato di aspettarsi nuovi bombardamenti contro l’Iran nel breve periodo. Ma poche ore dopo, durante una cerimonia ufficiale alla Casa Bianca, il presidente ha evitato qualsiasi riferimento al conflitto, lasciando senza risposta le domande dei giornalisti.
Un silenzio che riflette tutta l’incertezza di una crisi ancora lontana da una soluzione.
